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Assoluzione per Luciano Licenza: la Corte d’Appello di Napoli ribalta la condanna

Dopo dieci anni di battaglie legali, Luciano Licenza è stato assolto dalla Corte d'Appello di Napoli. Un verdetto che ribalta la condanna a sei anni di reclusione e svela nuove verità.

Assoluzione per Luciano Licenza: la Corte d’Appello di Napoli ribalta la condanna

Dopo un decennio di battaglie legali, Luciano Licenza, imprenditore di San Cipriano, ha finalmente ottenuto giustizia. La Corte d’Appello di Napoli ha assolto Licenza, ribaltando la condanna a sei anni di reclusione emessa nel 2016 dal Tribunale di Napoli. Questo caso complesso, legato al clan dei Casalesi ha visto la difesa smontare le accuse attraverso una strategia meticolosa.

Le accuse e le dichiarazioni dei pentiti

Le accuse contro Luciano Licenza si basavano principalmente sulle dichiarazioni di tre pentiti: Massimiliano CaterinoAttilio Pellegrino e Raffaele Venosa. Caterino, uomo di fiducia di Michele Zagaria, affermava che Licenza avrebbe incontrato Zagaria durante la latitanza e avrebbe addirittura contribuito alla costruzione del bunker della latitanza. Inoltre, Caterino dichiarava che la società Vicar, di cui Licenza era parte, avrebbe costruito appartamenti di lusso a Caserta sotto il controllo di Zagaria.

Attilio Pellegrino, altro membro importante del sodalizio di Zagaria, dichiarava di aver sentito parlare di Licenza come imprenditore vicino a Zagaria. Raffaele Venosa, invece, affermava che Michele Zagaria considerava i soldi di Licenza come propri e che senza l’apporto di suo fratello, Pasquale Zagaria, Licenza non avrebbe potuto fare i soldi che ha fatto.

La difesa smonta le accuse

La difesa di Luciano Licenza ha presentato una serie di argomentazioni che hanno portato alla sua assoluzione. Innanzitutto, ha evidenziato che Massimiliano Caterino non aveva inizialmente incluso Licenza nell’elenco degli imprenditori di Zagaria, nonostante fosse stato interrogato dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA). Solo dopo una sollecitazione del pubblico ministero, Caterino ha fatto il nome di Licenza.

Le dichiarazioni di Attilio Pellegrino e Giacomo Caterino sono state considerate generiche e poco rilevanti. Inoltre, Venosa è entrato in contraddizione con Caterino, affermando che Licenza era stato inserito solo una volta nelle liste degli imprenditori, nel 2012, per una richiesta estorsiva di 50mila euro. La difesa ha anche sottolineato che Licenza aveva presentato denunce per estorsione già nel 2014, contraddicendo l’affermazione del giudice di primo grado che sosteneva il contrario.

Il rapporto con Tommaso Barbato e la società Vicar

Un altro punto cruciale del caso riguarda il rapporto tra Luciano Licenza e Tommaso Barbato, politico nolano coinvolto in appalti per le reti idriche della Regione Campania. La difesa ha dimostrato che i rapporti tra i due si sono interrotti nel 2005, quando Barbato si è candidato al consiglio regionale. Inoltre, la condizione economica di Licenza è peggiorata durante il periodo in cui avrebbe dovuto beneficiare di appalti corrotti.

Per quanto riguarda la società Vicar, Licenza ha lasciato l’azienda nel 2009 dopo che Carmine Zagaria ha fatto pressioni per affidare i lavori a un loro cottimista. La difesa ha sostenuto che Licenza era estraneo al contratto stipulato nel 2009, dimostrando ulteriormente la sua estraneità alle accuse.

La Corte d’Appello ha condiviso le argomentazioni della difesa, definendo le chiamate in correità di Massimiliano Caterino come generiche e prive di prove concrete. Inoltre, ha sottolineato che Licenza aveva presentato denunce per estorsione, contraddicendo le affermazioni del giudice di primo grado. La lista degli imprenditori citata da Venosa non è mai stata trovata, rendendo le dichiarazioni poco credibili.

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