Il processo avviato a Roma sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni ha raggiunto la sua fase conclusiva. Dopo otto ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise ha emesso una sentenza che, pur non riconoscendo l’omicidio, conferma la responsabilità di tre funzionari dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro di persona perpetrato a capo 2016.
Sentenza della Corte d’Assise: tre condanne e un’assoluzione
Il provvedimento ha disposto dieci anni di reclusione per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e per i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi. Tutti e tre sono stati ritenuti colpevoli esclusivamente del reato di sequestro di persona. Il quarto imputato, generale Tariq Sabir è stato assolto da ogni accusa, incluso l’eventuale coinvolgimento in omicidi o lesioni.
La magistrata Paola Roja, titolare della sezione per i reati di terrorismo, ha sottolineato che le prove raccolte non hanno potuto dimostrare la responsabilità diretta dei tre condannati nell’atto finale di morte, perciò la pena d’omicidio è rimasta inespressa.
Risarcimenti a carico dei condannati
Oltre alla detenzione, la sentenza prevede una provvisionale di 500.000 euro a favore dei familiari di Regeni e 150.000 euro per lo Stato italiano, parte civile del procedimento. La suddivisione prevede 200.000 euro per ciascuno dei genitori, 100.000 per la sorella Irene e il restante per la Presidenza del Consiglio.
Le reazioni di famiglia e legali
I genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, hanno ascoltato la lettura della sentenza con una serenità apparente, ma hanno ribadito la propria gratitudine verso la magistratura. Attraverso la loro legale, Alessandra Ballerini, hanno dichiarato che la fiducia nella giustizia è stata confermata pur consapevoli che il percorso legale non si è ancora concluso.
Ballerini ha inoltre invitato il governo italiano a richiedere l’esecuzione della condanna e a riconsiderare i rapporti bilaterali con l’Egitto, rimarcando che «la dignità delle persone è inviolabile» e che i regimi autoritari dovranno rispondere delle proprie azioni.
Riflessi politici e diplomatici
La notizia ha riacceso il dibattito in Parlamento. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha puntualizzato che la sentenza riguarda tre persone, non lo Stato egiziano intero, aggiungendo che l’Italia ha già chiesto “collaborazione” all’Egitto, ma finora senza risultati concreti.
Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha definito il provvedimento «storico», affermando che nessuno potrà più negare le responsabilità del regime egiziano. Altri esponenti, come Giuseppe Conte e Anna Ascani, hanno chiesto al governo di adottare provvedimenti più decisi, incluso un possibile riesame dei legami economici e politici con il Cairo.
Prospettive di esecuzione e appello
La reale esecuzione della pena resta incerta. Per trasferire la condanna in Egitto, l’Italia dovrebbe ottenere il domicilio degli imputati, informazione che il governo egiziano ha finora rifiutato di fornire. Senza tale comunicazione, l’appello potrebbe risultare impraticabile perché i condannati non hanno potuto nominare avvocati né indicare una residenza.
Se la difesa non presenterà ricorso entro i termini previsti, la sentenza diventerà definitiva. In tal caso, l’Italia potrà formulare una richiesta formale di esecuzione, ma le probabilità di risposta positiva rimangono esigue, data la cronica reticenza egiziana a collaborare in questioni giudiziarie internazionali. Il caso rimane comunque un punto di svolta per la diplomazia italiana e per la percezione internazionale dei diritti umani in Egitto.



