Da fine ottobre il costo del diesel è tornato a salire dopo la cessazione dell’agevolazione fissa sulle accise, scatenando una reazione a catena tra autotrasportatori e agricoltori del Mezzogiorno. La protesta, inizialmente radicata in Puglia e Calabria, si è rapidamente estesa a tutta la penisola meridionale, coinvolgendo Sicilia, Campania e Basilicata. Camion rimasti fermi nei porti, code interminabili alle stazioni di servizio e scaffali dei supermercati quasi vuoti sono diventati la nuova normalità. Le autorità hanno anticipato il tavolo di trattativa al 20 ottobre a Milano, ma i gruppi di pressione chiedono garanzie scritte prima di abbassare la guardia.
Estensione del blocco: dalle regioni pugliesi alla Sicilia
In Puglia, i presidî hanno paralizzato per più di una settimana le partenze verso il Nord, impattando la distribuzione di generi alimentari e materie prime. A Bari, diverse stazioni di rifornimento sono a secco, mentre il sindaco Vito Leccese teme ripercussioni su servizi essenziali come la raccolta rifiuti e i trasporti pubblici. Nel Foggiano, comuni come Cerignola, San Severo e Lucera segnalano supermercati privi di prodotti freschi, con la statale 16, l’A14 e l’A16 bloccate da tir e trattori per giorni consecutivi. A Brindisi, circa 500 camion hanno percorso la statale 379 verso Bari, accompagnati da una manifestazione ad Andria, con i rappresentanti degli olivicoltori che minacciano di spostare la protesta a Roma per farsi sentire direttamente dal potere.
Situazione nei porti siciliani
In Sicilia, la protesta ha contagiato i principali hub marittimi: il porto di Catania, gli interporti di Gela e il Nisseno hanno visto l’arrivo di decine di camion a sostegno degli agricoltori. Il Comitato trasportatori siciliani ha fissato la revoca della mobilitazione alla firma di un protocollo d’impegni da parte del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, previsto per il 20 ottobre. Il coordinatore Salvatore Bella ha dichiarato che, senza l’accordo, il blocco rimarrà attivo fino al 27 ottobre, aumentando il rischio di ulteriori interruzioni nei flussi logistici del Sud.
Le richieste al governo e il tavolo di negoziazione
Le organizzazioni in manifestazione puntano su quattro fronti principali: la revisione delle accise sul diesel, l’introdurre un credito d’imposta per le imprese di trasporto, la riduzione dei costi dei traghetti e lo sblocco dei contributi arretrati a chi ne ha diritto. Il tavolo istituzionale, anticipato a Milano per martedì 20 ottobre, vedrà la presenza di delegazioni provenienti da Puglia, Calabria, Sicilia e dei rappresentanti di Fedralog. Durante l’incontro, il vice-ministro Edoardo Rixi dovrebbe partecipare, offrendo un contesto più ampio alle istanze dei movimenti.
Il protocollo d’impegni e le scadenze
Il protocollo d’impegni è il fulcro della trattativa: prevede impegni concreti su riduzioni fiscali, crediti d’imposta e misure a sostegno dei costi operativi dei camion. Se il documento verrà firmato il 20 ottobre, i sindacati hanno promesso di revocare il fermo. In caso contrario, il blocco continuerà fino al 27 ottobre, allungando le difficoltà per le famiglie meridionali e per le imprese dipendenti dal trasporto su strada.
Alla stesura della domenica 18 ottobre, il segretario di Fegica, Alessandro Zavalloni, ha stimato che tra il 60% e il 70% delle stazioni di rifornimento del Sud sono ancora senza scorte. I rifornimenti procedono a rilento, mantenendo alta la tensione su un territorio già provato da anni di difficoltà economiche. L’attesa è ora focalizzata sul risultato del tavolo di Milano: un esito positivo potrebbe restituire al Mezzogiorno la normalità, mentre un fallimento rischia di prolungare gli effetti a catena su circolazione, approvvigionamento e prezzi al consumo.



