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Morte di Stefano Addeo: dall’attacco social al ricovero in terapia intensiva

È morto Stefano Addeo, 66 anni, il professore sospeso per un post che augurava la morte alla figlia della premier. Ricoverato dal 10 maggio all’ospedale del Mare di Napoli dopo un tentato suicidio, è deceduto per arresto cardiaco; la vicenda aveva provocato una forte reazione mediatica e un periodo di isolamento per il docente.

Morte di Stefano Addeo: dall’attacco social al ricovero in terapia intensiva

È deceduto all’Ospedale del Mare di Napoli Stefano Addeo, il docente di lingua tedesca di 66 anni al centro di un caso mediatico iniziato circa un anno fa. Addeo era ricoverato in terapia intensiva dal 10 maggio, giorno in cui venne soccorso dopo essersi lanciato da una finestra della propria abitazione, a un’altezza stimata di circa due metri. Trasferito inizialmente cosciente e definito non in pericolo di vita, ha poi subito un peggioramento clinico che si è concluso con un arresto cardiaco e il decesso; i carabinieri hanno informato l’autorità giudiziaria e la salma è stata restituita ai familiari.

Il post che scatenò la vicenda e le conseguenze disciplinari

La vicenda ebbe origine quando, nel giugno 2026, Addeo pubblicò un contenuto sui social in cui augurava alla figlia della presidente del Consiglio la stessa sorte di Martina Carbonaro, la 14enne vittima di un femminicidio. Quel messaggio provocò un forte sdegno pubblico, una lunga gogna mediatica e l’apertura di procedimenti disciplinari che portarono alla sospensione dall’insegnamento del professore, titolare di una cattedra di tedesco in un istituto superiore della provincia di Napoli. Addeo in seguito presentò scuse pubbliche, definendo il post «un gesto stupido, scritto d’impulso», pur ribadendo di non rinunciare alle proprie idee politiche.

Comunicazioni, scuse e tentativo di riconciliazione

Nel clima di polemica, il docente manifestò la volontà di incontrare personalmente la presidente del Consiglio per porgere le proprie scuse; venne anche raccontato che aveva chiesto all’intelligenza artificiale di aiutarlo a generare «un post cattivo» sulla premier, confermando la superficialità con cui avrebbe affidato il messaggio ai social. Nonostante le scuse pubbliche, l’onda di isolamento sociale e professionale nei suoi confronti continuò.

I tentativi di togliersi la vita e il ricovero

Dopo il primo episodio con l’assunzione di psicofarmaci e alcol avvenuto pochi giorni dopo il post — quando la dirigente scolastica venne allertata e i soccorsi intervennero in tempo — Addeo tentò nuovamente di suicidarsi il 10 maggio, lanciandosi da una finestra della sua abitazione a Marigliano. Soccorso immediatamente, riportò traumi multipli e venne trasferito all’ospedale dove fu ricoverato in terapia intensiva. Inizialmente le condizioni vennero giudicate complesse ma non critiche; successivamente si verificò un peggioramento fino all’arresto cardiaco che ha provocato la morte.

Contesto familiare e supporti esterni

Il docente viveva con la madre novantenne e, secondo chi lo ha seguito, la cura per la donna era uno degli elementi centrali della sua vita quotidiana. Diverse testimonianze private, tra cui quella di un sacerdote che è stato suo confidente, hanno sottolineato il senso di esclusione che Addeo provava dopo lo scandalo: isolamento socialestigma e mancanza di ascolto sono stati indicati come fattori che hanno aggravato il suo stato psicologico.

Aspetti giudiziari e amministrativi

Oltre alla sospensione scolastica, la vicenda ha attivato il monitoraggio da parte delle forze dell’ordine: i carabinieri intervennero in più occasioni, sia per i tentativi di suicidio che per gli accertamenti successivi ai messaggi pubblicati. Non sono emerse informazioni pubbliche su eventuali procedimenti penali diretti per il contenuto del post, mentre il percorso disciplinare aveva già imposto provvedimenti nei confronti del docente per altri scambi di messaggi con studenti, considerati inappropriati e risalenti a un periodo precedente al caso principale.

La morte di Stefano Addeo chiude un capitolo drammatico che ha coinvolto media, istituzioni e comunità locale: una vicenda segnata da un messaggio offensivo sui social, la reazione pubblica, provvedimenti disciplinari, due tentativi di suicidio e infine il ricovero culminato nella morte per arresto cardiaco. Restano le domande sulle dinamiche di emarginazione mediatica e sull’importanza di riconoscere e intervenire precocemente sul disagio psicologico di persone finite al centro di scandali pubblici.

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