Nel cuore della Campania, la Procura di Napoli, guidata dal procuratore capo Nicola Gratteri, ha disposto gli arresti di cinque soggetti legati a quattro negozi di animali che operavano tra Napoli e Torre Annunziata. I titolari erano accusati di una trama criminale finalizzata alla vendita di cuccioli di piccola taglia in condizioni estremamente precarie, mascherate da esemplari di razza pura.
Vendita clandestina di cuccioli senza certificazione
Le attività commerciali coinvolte pubblicizzavano su internet e sui social chihuahua, spitz, maltese e chow-chow definendoli “mini toy” e garantendo pedigree certificato dall’ENCI, microchip e un ciclo vaccinale completo. In realtà, i cuccioli non possedevano alcun pedigree né il microchip obbligatorio, e le vaccinazioni promesse non venivano somministrate. Al momento della consegna, ai clienti era fornito solo un attestato privo di valore giuridico, che spesso veniva definito “pezzotto”.
Condizioni sanitarie dei cuccioli
Le indagini hanno ricostruito un percorso di importazione dalla Romania e, soprattutto, dall’Ungheria, dove i cuccioli venivano prelevati da pochi giorni di vita, privi di svezzamento e di sviluppo immunitario. Trasportati in van privi di adeguata ventilazione e poi confinati in ambienti non igienizzati, i cuccioli sviluppavano rapidamente patologie quali parvovirosi, cimurro e infestazioni da Giardia. Per nascondere i sintomi, i responsabili li iniettavano con dosi elevate di antibiotici e antinfiammatori, spesso più volte al giorno, prolungando così un’agonia quasi impercettibile.
Operazione della Procura e dei Carabinieri
Il caso è emerso dopo il ritrovamento di un cucciolo morente abbandonato per le strade di Napoli, la cui visita veterinaria ha evidenziato gravi deficit immunitari. I Carabinieri del Nucleo CITES, specializzati nella tutela della fauna, hanno incrociato i dati con numerosi altri casi simili, individuando un modello di frode che superava le cinquanta segnalazioni di acquirenti ingannati. L’operazione ha portato al sequestro preventivo di €43.000 in contanti, dei farmaci veterinari, delle telecamere di videosorveglianza e di tutta la documentazione fiscale falsificata.
L’ordinanza, di circa mille pagine, accusa i cinque indagati di associazione a delinquere finalizzata a maltrattamenti, uccisione di cuccioli, riciclaggio, truffa, frode in commercio e esercizio abusivo della professione veterinaria. Gli imputati avevano accettato pagamenti in contanti o tramite ricariche su carte intestate a terzi, evitando ogni forma di ricevuta e rendendo difficile la tracciabilità delle transazioni.
Quando i clienti lamentavano la salute del cucciolo, la risposta dei gestori era di intimidazione: si accusava l’incapacità dei veterinari di fiducia, si rifiutava il rimborso citando l’assenza di documenti di vendita e, in alcuni casi, si proponeva una “sostituzione” del cucciolo deceduto a patto di un ulteriore conguaglio. La pratica, quindi, non si limitava alla vendita di animali malati, ma si trasformava in un vero e proprio racket contro i proprietari ignari.



