Durante la serata conclusiva del Celico International Arts Festival, dal palco del Teatro delle Arti il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ha rivolto un appello diretto ai registi e agli sceneggiatori: leggere i documenti processuali e portare sullo schermo una rappresentazione più ampia delle organizzazioni mafiose contemporanee. Il monito nasce dall’esigenza di superare la retorica della sola violenza e di spiegare aspetti meno noti ma altrettanto pericolosi come l’infiltrazione nell’economia e il ricorso al dark web.
La discussione, inserita in un programma che ha visto la presenza di autori, attori e direttori artistici, ha messo in luce sia il ruolo formativo del cinema sia i rischi di mitizzazione. Gratteri ha voluto sottolineare che il racconto deve essere multilaterale: non solo sequenze di sangue, ma anche la storia delle indagini, delle istituzioni e delle comunità che resistono.
Un invito alla responsabilità dei narratori
Secondo Gratteri, sceneggiatori e registi hanno la possibilità e la responsabilità di offrire chiavi di lettura che vadano oltre il sensazionalismo. Ha suggerito che chi lavora alla sceneggiatura inizi a consultare gli atti processuali degli ultimi anni per cogliere dinamiche reali: dalle modalità di riciclaggio al rapporto con la politica e con il mondo delle professioni. Questa indicazione nasce dall’osservazione che la mafia di oggi non si esaurisce nelle sparatorie ma «lavora» anche nella finanza e nella rete.
Il confine tra denuncia e fascino del male
Nel dibattito si è evidenziato il pericolo di trasformare il crimine in un elemento di stile: una trama avvincente può finire per rendere il criminale affascinante, togliendo spazio al contrappeso dello Stato. Il rischio della mitizzazione è particolarmente forte nelle serie che, con sequel e spin-off, rafforzano la presa emotiva dei personaggi negativi. Per questo è importante inserire nelle storie almeno alcuni minuti dedicati alla figura del magistrato, del poliziotto o della vittima, così da restituire un equilibrio narrativo.
Napoli tra vitalità culturale e sfide di ordine pubblico
Gratteri ha offerto una lettura complessa di Napoli, descrivendola come una città effervescente sia nei suoi aspetti positivi sia nelle criticità. Ha ricordato il significato culturale della città — con una vivacità teatrale superiore ad altre metropoli — e la presenza di una forte rete di solidarietà fatta di volontariato, insegnanti in pensione e una Chiesa radicata. Contemporaneamente ha richiamato i dati sul contrasto alla criminalità: dalle demolizioni agli investimenti in videosorveglianza.
Risultati operativi e prevenzione urbana
Nel corso del suo intervento Gratteri ha richiamato numeri precisi per raccontare i progressi investigativi: un aumento significativo delle demolizioni in determinate aree e una crescita della dotazione di telecamere di sorveglianza ad alta definizione che ha migliorato la capacità di individuare reati come gli scippi e gli omicidi. Questi sforzi, ha detto, dimostrano che la repressione può essere efficace se accompagnata da strategie di prevenzione.
Le radici sociali della nuova camorra
Il procuratore ha poi messo in relazione fenomeni urbanistici e nascita di fenomeni criminali, prendendo come esempio quartieri dove gli interventi edilizi non sono stati accompagnati da servizi: la costruzione di grandi complessi abitativi senza spazi di aggregazione può produrre isolamento e terreno fertile per lo sviluppo di piazze di spaccio. In questa lettura il contesto fisico diventa un fattore che contribuisce alla degenerazione sociale.
Confronto con altre mafie
Nel paragone con la ‘ndrangheta calabrese, Gratteri ha distinto i metodi: una criminalità che spesso cerca consenso sociale attraverso forme di dipendenza e di assistenzialismo contrapposta a una camorra che può imporsi con atti eclatanti di forza. Entrambe le realtà, però, condividono la capacità di infiltrarsi nell’economia legale e di sfruttare nuove tecnologie.
Il ruolo delle istituzioni e dei media
Al dibattito ha partecipato anche il mondo della produzione televisiva che ha rivendicato l’obbligo etico del servizio pubblico di raccontare con rigore le dinamiche criminali, offrendo contrappesi e memoria storica. Gli intervenuti hanno sollevato la questione della formazione delle nuove generazioni e della responsabilità delle università e dei media nella scelta degli ospiti e dei modelli culturali che vengono proposti.
In chiusura, l’appello di Gratteri è stato chiaro: per combattere la criminalità anche la narrazione ha un ruolo operativo. Raccontare in modo completo la realtà — con le indagini, le vittime, le istituzioni e il contesto sociale — significa contribuire alla comprensione pubblica e alla prevenzione. Il messaggio rivolto al mondo del cinema e della televisione è dunque di non fermarsi alla superficie dello spettacolo ma di investigare, documentare e restituire al pubblico una visione articolata e responsabile.