Il tribunale di Napoli ha pronunciato una serie di condanne che chiudono il primo grado di giudizio per un vasto sistema di sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Secondo l’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e condotta dalla Polizia di Stato, l’organizzazione, con base a San Giuseppe Vesuviano, faceva pagare somme ingenti per inserire pratiche inesistenti sul portale dello Sportello Unico per l’immigrazione (SUI), utilizzando identità digitali di imprenditori compiacenti.
Il verdetto emesso il 25 maggio 2026 dal gup ha toccato venti imputati, mentre altre ventuno persone avevano già patteggiato in precedenza con sentenze passate in giudicato. Nel complesso sono stati inflitti oltre 64 anni di carcere cumulativi e multe per più di 125mila euro, elementi che confermano la dimensione economica e l’impatto sociale dell’attività illecita.
La modalità operativa: click-day e pratiche fasulle
Al centro dell’indagine c’era il meccanismo noto come click-day, sfruttato per inserire richieste non autentiche di accesso al lavoro. Gli indagati, secondo gli atti, richiedevano fino a 10mila euro per ogni pratica, promettendo ai richiedenti stranieri la registrazione delle domande come se fossero presentate da imprenditori reali. Questo modello, descritto dagli investigatori, si basava sull’uso di identità digitali altrui e su una catena di intermediari che mettevano in contatto migranti principalmente provenienti da Bangladesh e Sri Lanka con i servizi offerti dalla banda.
Coinvolgimento di professionisti e infrastrutture digitali
Nel ruolo di vertici dell’organizzazione sono finiti tre legali, ritenuti a capo delle attività illecite: a ognuno era associata la gestione di un Centro di assistenza fiscale o simili canali amministrativi. L’accusa ricostruisce come venissero impiegate risorse tecniche e complicità per aggirare controlli informatici e amministrativi del SUI; l’uso strategico delle piattaforme digitali ha reso il sistema particolarmente redditizio e difficile da intercettare fino alle indagini della Polizia.
Le persone e le pene
Tra le condanne più rilevanti spiccano quelle comminate ai tre avvocati: a Vincenzo Sangiovanni è stata inflitta la pena di cinque anni, ad Aniello Annunziata quattro anni e otto mesi, e a Gaetano Cola quattro anni e due mesi. Tutti hanno scelto il rito abbreviato e potranno impugnare la sentenza in appello. Altri imputati hanno ricevuto pene differenziate: ad esempio, Towhid Mohammad è stato condannato a sette anni, Gennaro Maturo a sei anni, Santolo Di Genua a cinque anni e due mesi, e Maria Polisi a quattro anni.
Profili internazionali e ruoli intermedi
La compagine giudicata comprendeva non solo professionisti e imprenditori fittizi, ma anche intermediari che mettevano in contatto i migranti con la rete criminale. Per molti stranieri coinvolti le condanne vanno da circa un anno fino a tre anni e otto mesi, a seconda del ruolo e della partecipazione: la sentenza delinea così una filiera che partiva dalla richiesta di inserimento fino alla fatturazione delle somme richieste.
Sequestri, profitti e legami criminali
Le indagini hanno portato al sequestro di beni di pregio e contanti che documentano l’accumulo di ricchezze derivanti dall’attività illecita: tra gli oggetti confiscati figurano una Ferrari, un appartamento a Sorrento, locali commerciali in piazza Amedeo a Napoli, una Harley Davidson del valore di circa 30mila euro, una Mercedes da 88mila euro, numerose polizze assicurative e un trolley contenente 320mila euro in contanti. In totale furono colpite da misure cautelari 45 persone.
Influenze della criminalità organizzata
Gli inquirenti hanno inoltre rilevato l’interesse della criminalità organizzata per il business: l’operazione avrebbe attirato l’attenzione del clan Fabbrocino, confermando come il lucro sulle pratiche d’immigrazione possa diventare terreno di espansione per gruppi mafiosi. Inoltre è emerso il coinvolgimento di almeno un agente delle forze dell’ordine definito infedele, che avrebbe agevolato alcune fasi operative della rete.
La sentenza del 25 maggio 2026 rappresenta una tappa giudiziaria significativa in una vicenda che ha toccato aspetti amministrativi, tecnologici e criminali. Con la possibilità di appello per gli imputati e le condanne già definitive per i patteggiati, il processo rimane un esempio di come l’abuso delle procedure digitali e delle posizioni professionali possa essere messo a sistema per sfruttare persone vulnerabili e generare profitti illeciti, suscitando l’interesse e l’intervento delle autorità giudiziarie e investigative.