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Chat e decisioni all’ospedale Monaldi prima della morte di Domenico

Messaggi di una chat dell'ospedale Monaldi del 13 febbraio 2026 sollevano dubbi sui tempi delle scelte terapeutiche che hanno riguardato il piccolo Domenico Caliendo.

Chat e decisioni all’ospedale Monaldi prima della morte di Domenico

Il 13 febbraio 2026 in una chat interna di anestesisti dell’ospedale Monaldi è comparso un messaggio che ha assunto immediatamente valore simbolico nel racconto della vicenda clinica del bambino: «Il trapianto si poteva fare una ventina di giorni fa, ma adesso non ha più senso». Quelle parole sono emerse mentre il piccolo Domenico Caliendo era ancora ricoverato in terapia intensiva, collegato a un dispositivo di supporto vitale temporaneo.

Domenico era stato trasferito in terapia intensiva il 23 dicembre 2025 dopo il fallimento del trapianto di cuore e da allora era rimasto connesso all’Ecmo, il sistema che può sostituire temporaneamente le funzioni cardiache e polmonari. La famiglia, con l’avvocato Francesco Petruzzi, ha sostenuto che un passaggio tempestivo a un device di assistenza ventricolare diverso avrebbe potuto offrire una seconda possibilità.

La discussione sulla possibilità del Berlin Heart e i timori della famiglia

Tra i messaggi acquisiti nelle conversazioni interne emerge la ricostruzione secondo la quale, se in tempo utile fosse avvenuto il trasferimento dall’Ecmo al Berlin Heart — il cosiddetto cuore artificiale utilizzato come dispositivo di assistenza cardiaca — il bambino avrebbe potuto mantenere condizioni cliniche più favorevoli per un eventuale nuovo trapianto. La famiglia e il loro legale hanno indicato questa strada come possibilità concreta nelle settimane successive al primo intervento fallito.

Nei messaggi però compare anche una diagnosi clinica pesante: «polmoni di pietra, insufficienza epatica e tac encefalo peggiorata». Questa descrizione fotografa un quadro già gravemente compromesso nelle fasi finali del ricovero e costituisce un dato che, nelle conversazioni, è stato tradotto come elemento che riduceva le chance di un nuovo trapianto.

Il nodo dei tempi: ventina di giorni e settimane

Il concetto chiave che ricorre nei messaggi è quello dei tempi: si fa riferimento a una «ventina di giorni» in cui, secondo alcuni partecipanti alla chat, il trapianto poteva ancora avere senso. La citazione del 13 febbraio 2026 pone dunque la questione del momento in cui le condizioni del bambino avrebbero reso percorribile una diversa strategia terapeutica e se, nelle settimane precedenti, ci fossero state alternative praticabili per conservare quella finestra.

La revoca delle ferie a Guido Oppido e le tensioni interne

Un elemento organizzativo documentato nei messaggi riguarda il cardiochirurgo Guido Oppido, che il 12 febbraio avrebbe dovuto iniziare un periodo di ferie richiesto fino all’8 marzo. La direzione dell’ospedale Monaldi revocò il congedo, giudicando necessaria la sua presenza per garantire la continuità terapeutico-assistenziale al piccolo Domenico. La decisione è emersa mentre si discuteva ancora delle possibili scelte cliniche per il bambino.

All’interno delle conversazioni compare anche un passaggio con tono aspro che ha suscitato forte sconcerto: «E a lui cosa vuoi che interessino i dati clinici? Lui vuole solo pararsi il culo». L’affermazione, con quella durezza, riflette tensioni e giudizi critici tra colleghi e rimane parte integrante del materiale investigativo nella ricostruzione dei rapporti professionali durante i giorni cruciali.

La morte di Domenico è avvenuta a distanza di una settimana dal citato messaggio del 13 febbraio 2026. I fatti noti e documentati fino a oggi riguardano il trasferimento del bambino il 23 dicembre 2025 in terapia intensiva, la lunga permanenza connessa all’Ecmo, le conversazioni tra sanitari che descrivevano il peggioramento clinico e la richiesta della famiglia di considerare il passaggio al Berlin Heart come alternativa.

Questi elementi — i messaggi, le citazioni cliniche e la revoca delle ferie — costituiscono il nucleo delle questioni sollevate attorno alla vicenda. Rimane centrale, per i familiari e per chi segue il caso, capire se nelle settimane precedenti fossero state prese tutte le opzioni disponibili per tentare di mantenere aperta la strada verso un secondo trapianto.

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